Lectio Divina

Meditiamo la Parola di Dio

 

III DOMENICA DI AVVENTO

   

Sei davvero tu?
 

Si certo, arriva un ennesimo Natale.

E in qualche modo ci stiamo preparando e leggiamo pure e meditiamo i vangeli insieme a Curtaz, o a padre Ermes, o a Maggi e Armellini che ci aiutano. E ci stiamo anche dando da fare per ritagliarci un qualche spazio di sopravvivenza in quella notte. Che so, un po’ di preghiera in silenzio, mezza giornata di ritiro in parrocchia, la novena...

E passeremo anche questo Natale, fidatevi, speriamo indenni, forse un po’ scossi o amareggiati.

Perché Natale, smettiamola di fingere, è un coltello piantato nella carne dei buoni sentimenti, nel nostro io bambino che aspettava quella notte come la notte.

Allora, prima sommessamente, poi tambureggiante, insostenibile, sorge un dubbio che, santamente, cerchiamo di ricacciare nel buio dell’oblio. Ma più lo allontaniamo da noi, relegandolo nella periferia della mente e più incalza, feroce.

Ha senso tutto questo? Davvero siamo stati salvati? E da chi, da cosa?

Non è cambiato molto dopo duemila anni, dai.

E anche noi cristiani stiamo dando al mondo un osceno spettacolo di incoerenza: proprio i popoli che hanno accolto il Vangelo sono fra i più agguerriti predatori del pianeta, indifferenti alle esigenze di altri popoli che non esitiamo a sottomettere economicamente.

La dico io, visto che non osate: e se fossimo presi la più colossale cantonata della Storia?

Se Gesù, alla fine della fiera, grandissimo uomo di Dio, affascinante e colto, amabile e amato, altri non fosse che uno dei o, se volete, il principale fra gli idealisti che hanno calpestato questo pianeta?

Se, davvero, questa storia di Dio che viene, fosse una solenne delusione?

Tranquilli; siamo legittimati ad avere tutti i dubbi del mondo.

Perché dubbioso è stato il più grande uomo mai visto sulla terra.

Il profeta Giovanni.

 

In carcere

Giovanni ha perso. Sta per essere ucciso, spazzato via dall’irritazione di una donna che non sopporta la verità e dal suo amante, re-fantoccio, che non sa decidersi.

Così finisce il grande movimento del Battista che ha radunato attorno a sé migliaia di persone avvinte dalla sua predicazione. E, prima ancora, avvinte da lui.

Ma ora Giovanni è scosso.

È scosso soprattutto per le notizie che gli giungono da lontano.

Dalla predicazione del Nazareno.

Nessuna ascia. Nessun albero tagliato. Nessuna rivoluzione. Nessun fuoco a divorare gli impenitenti.

Niente. Nulla. Nada.

Gesù non minaccia, perdona.

Non incute timore, accoglie.

Giovanni è scosso. E se si fosse sbagliato?

E quanta compassione suscita il dubbio di un profeta. Di quel profeta.

Se il più grande dei profeti ha avuto un dubbio così devastante, perché non io?

 

Sei tu?

Sei tu quello che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?

Questa storia che si incarta sempre negli stessi errori si può salvare?

Questo uomo che cresce in ogni conoscenza ma non nella saggezza, si può redimere?

E di più e peggio: questo Dio che si è svelato, alla fine, ha cambiato qualcosa?

Cosa stiamo per celebrare fra qualche settimana? Una innocua e insopportabile fiera della bontà?

Dubbi su dubbi. Dubbi che vedo diffondersi in questa lunga notte dell’uomo, in questa ipertrofia dell’anima.

Dubbi che mi vengono confidati da questo pulpito di byte, di persone belle, di chi ci ha creduto, di chi si è giocato fino in fondo.

Lo ha avuto Giovanni questo coraggio e lo abbiamo anche noi.

E se ci fossimo sbagliati?

 

Andate a dire a Giovanni

Gesù non dà una risposta ai discepoli del Battista. E nemmeno a noi.

Ci lascia nel dubbio. Ci obbliga a fare un salto. A vedere oltre.

E riprende la profezia di Isaia che abbiamo appena letto.

I ciechi vedono. I sordi odono. I muti parlano. I morti risorgono.

Sì, è vero. Ma quanti ciechi e sordi e muti e morti sono rimasti tali.

Nulla di eclatante, briciole, segni sfumati.

È lo sguardo che cambia.

Gesù non rassicura Giovanni. Non rassicura noi. Ci dice di spalancare lo sguardo.

Dice a Giovanni e a noi: guardati intorno.

Guardiamoci intorno e riconosciamo i segni della presenza di Dio: quanti amici hanno incontrato Dio, gente disperata che ha convertito il proprio cuore, persone sfregiate dal dolore che hanno imparato a perdonare, fratelli accecati dall’invidia o dalla cupidigia che hanno messo le ali e ora sono diventati gioia e bene e amore quotidiano, crocefisso, donato.

Guarda, Giovanni, guarda i segni della vittoria silenziosa della venuta del Messia.

Anch’io li ho visti, quei segni.

Anch’io ho visto la forza dirompente del Vangelo, ho visto persone cambiare, guarire, scoprire. Anch’io ho visto nelle pieghe del nostro mondo corrotto e inquieto gesti di totale gratuità, vite consumate nel dono e nella speranza, squarci di fraternità in inferni di solitudine ed egoismo.

Ho visto e vedo i tanti segni del Regno.

Ho visto me. E quanto il Vangelo mi ha cambiato.

 

Cosa siete andati a vedere?

E Gesù rilancia.

Cosa siete andati a vedere?

Non dice ad ascoltare. Perché Giovanni e la sua vita sono il suo annuncio e la sua profezia.

Perché le parole non bastano, non servono, a volte sono in contraddizione con quanto diciamo.

Giovanni no: è un profeta asciutto e rude, consumato dal vento e dal fuoco di Dio.

E questo fuoco si vede da lontano.

Siamo chiamati ad annunciare il Vangelo. A volte anche con le parole.

 

Di questo, forse, dovremmo preoccuparci; diventare noi quella profezia.

Davanti ai tanti che si chiedono se dobbiamo aspettarne un altro, Gesù indica a Giovanni i tanti segni della presenza di Dio e ai suoi discepoli Giovanni, profezia vivente.

Siamo noi quella profezia per le persone che incontreremo in questi ultimi giorni prima del Natale.

Se lo vogliamo.

IMMAGINE DELLA DOMENICA

 

Domus Aurea (Roma)   -   2005

 

 

«L’occhio

vede dal cuore»

(Romano Guardini)

 

 

Preghiere e racconti

 

Commento alle letture

Se dovessimo dare una cifra riassuntiva delle letture che la liturgia ci propone nella solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria, direi che questa cifra è “vittoria”.

Di vittoria ci parla oggi esplicitamente il Salmo responsoriale: “Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio” (Sal 97,3). Ma di vittoria ci parlano più o meno velatamente tutte le altre letture di questo giorno.

Nella prima lettura, tutto il discorrere di Dio con l’uomo ha inizio dalla più atroce delle sconfitte: Adamo ha peccato, l’umanità non è stata capace di una risposta di fedeltà a Dio, che tutto ad essa aveva concesso, con una sola eccezione: l’albero della conoscenza del bene e del male. Ma alla prevaricazione dell’uomo Dio risponde con un annuncio di vittoria inimmaginabile, visto il contesto di pena in cui è pronunciato: “Io porrò inimicizia fra te [serpente] e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa…” (Gen 3,15). Alla donna e alla sua discendenza è promesso di avere un giorno la meglio contro la soverchiante potenza del serpente, cioè di colui che è all’origine di ogni umano peccato, di ogni trasgressione contro Dio.

Questa vittoria ha cantato liricamente l’apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini che fa da seconda lettura: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo” (Ef 1,3). Paolo benedice colui che sta all’origine della vittoria dei credenti: il Padre celeste, che ci ha dato vittoria in Cristo, “predestinandoci a essere suoi figli adottivi”, avendoci “scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4-5). C’è un disegno di predestinazione eterna, nel quale siamo inseriti, che parte fin da prima che il mondo fosse posto in essere: è il disegno d’amore che lega il Padre al Figlio, e in lui, a tutti coloro che sarebbero stati creati alla sua immagine e somiglianza, per essere a Lui incorporati. Vittoria della grazia di Dio su ogni possibile contrasto che l’uomo avrebbe potuto opporre a questa grazia senza limiti: vocazione universale ad essere “lode della Sua gloria” (Ef 1,12), manifestazione perfetta di questa vittoria della grazia, che ridonda a pura gloria di Dio vincitore!

Se questa vittoria ha dimensioni universali quanto all’intenzione divina, richiede però l’assenso della creatura per potersi realizzare nel concreto di una esistenza storica: se la vittoria di Dio resta ipotetica nella vita di ogni uomo, sempre capace di rifiutarsi alla grazia infinita del Signore, possiamo essere sicuri della sua efficacia almeno in una creatura, storicamente vissuta. Si tratta della beata Vergine Maria. In lei si adempie perfettamente la promessa fatta alla madre di tutti i viventi, Eva, di vedere un giorno schiacciata la testa dell’antico serpente; in lei ha trovato già compiuta realizzazione il disegno di predestinazione dell’umanità alla grazia vittoriosa di Dio, cantata da Paolo. Lei è quell’Israele di cui parlava il Salmo 97/98: “Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa di Israele” (Sal 98,2-3).

Contemplando oggi la Vergine Maria vittoriosa, fin dal suo concepimento, contro ogni ombra di peccato, contempliamo allora il nostro stesso destino di vittoria. La sola differenza: ciò che in lei si è compiuto senza il suo esplicito consenso, in vista dei meriti di Cristo redentore, in vista del «Sì» che il Signore già sapeva ella avrebbe dato al suo disegno di salvezza per l’umanità, per noi si compie invece nella serie continua dei nostri «Sì» pronunciati alla volontà di Dio nel corso della nostra storia personale. Noi siamo diventati immacolati il giorno del nostro Battesimo, quando la Chiesa ci ha generati alla vita della grazia, e possiamo continuare ad esserlo ogni volta che a quella grazia fontale ci volgiamo, ripetendo, come Maria a Nazaret, il nostro “Eccomi!”: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38).

(Dal Sussidio Avvento-Natale 2019).

Lascia spazio alla bellezza di Dio

O Maria, Madre nostra,

oggi il popolo di Dio in festa ti venera Immacolata,

preservata da sempre dal contagio del peccato.

Accogli l'omaggio che ti offro

a nome della Chiesa che è in Roma

e nel mondo intero.

Sapere che Tu, che sei nostra Madre, sei totalmente libera dal peccato

ci dà grande conforto.

Sapere che su di te il male non ha potere,

ci riempie di speranza e di fortezza

nella lotta quotidiana che noi dobbiamo compiere

contro le minacce del maligno.

Ma in questa lotta non siamo soli,

non siamo orfani, perché Gesù, prima di morire sulla croce,

ci ha dato Te come Madre.

Noi dunque, pur essendo peccatori, siamo tuoi figli,

 figli dell'Immacolata,

chiamati a quella santità che in Te risplende

per grazia di Dio fin dall'inizio.

Animati da questa speranza,

noi oggi invochiamo la tua materna protezione per noi,

per le nostre famiglie,

per questa Città, per il mondo intero.

La potenza dell'amore di Dio,

che ti ha preservata dal peccato originale,

per tua intercessione liberi l’umanità da ogni schiavitù spirituale e materiale,

e faccia vincere, nei cuori e negli avvenimenti, il disegno di salvezza di Dio.

Fa' che anche in noi, tuoi figli, la grazia prevalga sull'orgoglio

e possiamo diventare misericordiosi

come è misericordioso il nostro Padre celeste.

In questo tempo che ci conduce

alla festa del Natale di Gesù,

insegnaci ad andare controcorrente:

a spogliarci, ad abbassarci, a donarci, ad ascoltare, a fare silenzio,

a decentrarci da noi stessi,

per lasciare spazio alla bellezza di Dio, fonte della vera gioia.

O Madre nostra Immacolata, prega per noi!

(Preghiera di Papa Francesco nella solennità dell'Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, lunedì 8 dicembre 2014).

La prima festa dell'anno è l'Immacolata

Non è senza motivo che l'anno liturgico si apra con una visione di bellezza. Nella preghiera liturgica, anzi nella vita stessa della Chiesa il primato è della contemplazione - ogni attività apostolica e anche morale ha termine nella contemplazione della gloria divina, nel silenzio dell'adorazione, nel canto della lode. La Chiesa prima di tutto canta la bellezza. (...) La festa dell'Immacolata è visione di sovrumana bellezza.

(Barsotti, Il mistero cristiano nell'anno liturgico, 69).

 

Maria Immacolata

Il mistero dell’Immacolata Concezione di Maria, che oggi solennemente celebriamo, ci ricorda due verità fondamentali della nostra fede: il peccato originale innanzitutto, e poi la vittoria su di esso della grazia di Cristo, vittoria che risplende in modo sublime in Maria Santissima.

L’esistenza di quello che la Chiesa chiama "peccato originale" è purtroppo di un’evidenza schiacciante, se solo guardiamo intorno a noi e prima di tutto dentro di noi. L’esperienza del male è infatti così consistente, da imporsi da sé e da suscitare in noi la domanda: da dove proviene? Specialmente per un credente, l’interrogativo è ancora più profondo: se Dio, che è Bontà assoluta, ha creato tutto, da dove viene il male? Le prime pagine della Bibbia (Gn 1-3) rispondono proprio a questa domanda fondamentale, che interpella ogni generazione umana, con il racconto della creazione e della caduta dei progenitori: Dio ha creato tutto per l’esistenza, in particolare ha creato l’essere umano a propria immagine; non ha creato la morte, ma questa è entrata nel mondo per invidia del diavolo (cfr Sap 1,13-14; 2,23-24) il quale, ribellatosi a Dio, ha attirato nell’inganno anche gli uomini, inducendoli alla ribellione. E’ il dramma della libertà, che Dio accetta fino in fondo per amore, promettendo però che ci sarà un figlio di donna che schiaccerà la testa all’antico serpente (Gn 3,15).

Fin dal principio, dunque, "l’eterno consiglio" come direbbe Dante ha un "termine fisso" (Paradiso, XXXIII, 3): la Donna predestinata a diventare madre del Redentore, madre di Colui che si è umiliato fino all’estremo per ricondurre noi alla nostra originaria dignità. Questa Donna, agli occhi di Dio, ha da sempre un volto e un nome: "piena di grazia" (Lc 1,28), come la chiamò l’Angelo visitandola a Nazareth. E’ la nuova Eva, sposa del nuovo Adamo, destinata ad essere madre di tutti i redenti. Così scriveva sant’Andrea di Creta: "La Theotókos Maria, il comune rifugio di tutti i cristiani, è stata la prima ad essere liberata dalla primitiva caduta dei nostri progenitori" (Omelia IV sulla Natività, PG 97, 880 A). E la liturgia odierna afferma che Dio ha "preparato una degna dimora per il suo Figlio e, in previsione della morte di Lui, l’ha preservata da ogni macchia di peccato" (Orazione Colletta).

Carissimi, in Maria Immacolata, noi contempliamo il riflesso della Bellezza che salva il mondo: la bellezza di Dio che risplende sul volto di Cristo. In Maria questa bellezza è totalmente pura, umile, libera da ogni superbia e presunzione. Così la Vergine si è mostrata a santa Bernadette, 150 anni or sono, a Lourdes, e così è venerata in tanti santuari. Oggi pomeriggio, secondo la tradizione, anch’io Le renderò omaggio presso il monumento a Lei dedicato in Piazza di Spagna.

(BENDETTO XVI, Angelus,  08.12.2008).

 

Maria, donna gestante

«Rimase con lei circa tre mesi. Poi tornò a casa sua».

Il vangelo stavolta non dice se vi tornò «in fretta», come fu per il viaggio di andata. Ma c'è da supporlo. Da Nazaret era quasi scappata di corsa, senza salutare nessuno. Quell'incredibile chiamata di Dio l'aveva sconvolta. Era come se, improvvisamente, all'interno della sua casetta si fosse spalancato un cratere e lei vi camminasse sul ciglio in preda alle vertigini. E allora, per non precipitare nell'abisso, si era aggrappata alla montagna.

Ma ora bisognava tornare. Quei tre mesi di altura le erano bastati per placare i tumulti interiori. Vicino a Elisabetta aveva portato a compimento il noviziato di una gestazione di cui cominciava lentamente a dipanare il segreto. Ora bisognava scendere in pianura e affrontare i problemi terra terra a cui va incontro ogni donna in attesa. Con qualche complicazione in più. Come dirglielo a Giuseppe? E alle compagne con cui aveva condiviso fino a poco tempo prima i suoi sogni di ragazza innamorata, come avrebbe spiegato il mistero che le era scoppiato nel grembo? Che avrebbero detto in paese?

Sì, anche a Nazaret voleva giungere in fretta. Perciò accelerava l'andatura, quasi danzando sui sassi. Oltretutto, su quei sentieri di campagna, vi si sentiva sospinta come dal vento, di cui, però, le foglie degli ulivi e i pampini delle viti non lasciavano percepire la brezza, nell'immota calura dell'estate di Palestina.

Per placare il batticuore, che pure tre mesi prima non aveva provato in salita, si sedette sull'erba.

Solo allora si accorse che il ventre le si era curvato come una vela. E capì per la prima volta che quella vela non si issava sul suo fragile scafo di donna, ma sulla grande nave del mondo per condurla verso spiagge lontane. Non fece in tempo a rientrare in casa, che Giuseppe, senza chiederle neppure che rendesse più esaurienti le spiegazioni fornitegli dall'angelo, se la portò subito con se. Ed era contento di starle vicino. Ne spiava i bisogni. Ne capiva le ansie. Ne interpretava le improvvise stanchezze. Ne assecondava i preparativi per un natale che ormai doveva tardare.

Una notte, lei gli disse: «Senti, Giuseppe, si muove».

Lui, allora, le posò sul grembo la mano, leggera come battito di palpebra, e rabbrividì di felicità.

Maria non fu estranea alle tribolazioni a cui è assoggettata ogni comune gestante. Anzi, era come se si concentrassero in lei le speranze, sì, ma anche le paure di tutte le donne in attesa. Che ne sarà di questo frutto, non ancora maturo, che mi porto nel seno? Gli vorrà bene la gente? Sarà contento di esistere? E quanto peserà su di me il versetto della Genesi: «Partorirai i figli nel dolore»?

Cento domande senza risposta. Cento presagi di luce. Ma anche cento inquietudini. Che si intrecciavano attorno a lei quando le parenti, la sera, restavano a farle compagnia fino a tardi. Lei ascoltava senza turbarsi. E sorrideva ogni volta che qualcuna mormorava: «Scommetto che sarà femmina».

 

Santa Maria, donna gestante, creatura dolcissima che nel tuo corpo di vergine hai offerto all'Eterno la pista d'atterraggio nel tempo, scrigno di tenerezza entro cui è venuto a rinchiudersi Colui che i cieli non riescono a contenere, noi non potremo mai sapere con quali parole gli rispondevi, mentre te lo sentivi balzare sotto il cuore, quasi volesse intrecciare anzi tempo colloqui d'amore con te.

Forse in quei momenti ti sarai posta la domanda se fossi tu a donargli i battiti, o fosse lui a prestarti i suoi.

Vigilie trepide di sogni, le tue. Mentre al telaio, risonante di spole, gli preparavi con mani veloci pannolini di lana, gli tessevi lentamente, nel silenzio del grembo, una tunica di carne. Chi sa quante volte avrai avuto il presentimento che quella tunica, un giorno, gliel'avrebbero lacerata. Ti sfiorava allora un fremito di mestizia, ma poi riprendevi a sorridere pensando che tra non molto le donne di Nazaret, venendoti a trovare dopo il parto, avrebbero detto: «Rassomiglia tutto a sua madre». Santa Maria, donna gestante, fontana attraverso cui, dalle falde dei colli eterni, è giunta fino a noi l'acqua della vita, aiutaci ad accogliere come dono ogni creatura che si affaccia a questo mondo. Non c'è ragione che giustifichi il rifiuto. Non c'è violenza che legittimi violenza. Non c'è programma che non possa saltare di fronte al miracolo di una vita che germoglia.

Mettiti, ti preghiamo, accanto a Marilena, che, a quarant'anni, si dispera perché non sa accettare una maternità indesiderata. Sostieni Rosaria, che non sa come affrontare la gente, dopo che lui se n'è andato, lasciandola col suo destino di ragazza madre. Suggerisci parole di perdono a Lucia, che, dopo quel gesto folle, non sa darsi pace e intride ogni notte il cuscino con lacrime di pentimento.

Riempi di gioia la casa di Antonietta e Marco, la quale non risuonerà mai di vagiti, e di' ad essi che l'indefettibilità del loro reciproco amore è già una creatura che basta a riempire tutta l'esistenza.

Santa Maria, donna gestante, grazie perché, se Gesù l'hai portato nel grembo nove mesi, noi, ci stai portando tutta la vita. Donaci le tue fattezze. Modellaci sul tuo volto. Trasfondici i lineamenti del tuo spirito.

Perché, quando giungerà per noi il dies natalis, se le porte del cielo ci si spalancheranno dinanzi senza fatica sarà solo per questa nostra, sia pur pallida, somiglianza con te.

(Don Tonino Bello, Maria, donna dei nostri giorni, Cinisello Balsamo, San Paolo, 132000, 25-27).

 

 

* Per l’elaborazione della «lectio» di questa domenica, oltre al nostro materiale di archivio, ci siamo serviti di:

- Temi di predicazione. Omelie. Ciclo A, Napoli, Editrice Domenicana Italiana, 2004-   . 

- Messalino festivo dell’Assemblea, Bologna, EDB, 2007.

- Sussidio Avvento-Natale 2013: «È tempo di svegliarvi dal sonno», a cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI, 2013.

- Sussidio Avvento-Natale 2019: «Quando venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4), a cura dell’Ufficio Liturgico Nazionale della CEI, 2019.

- Adviento y Navidad, in «Sal Terrae» 101 (2013) 1.184, número monográfico.

- Avvento-Natale 2010, a cura dell’ULN della CEI, Milano, San Paolo, 2010.

- E. Bianchi et al., Eucaristia e Parola. Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale, in «Allegato redazionale alla Rivista del Clero Italiano» 88 (2007) 10, 69 pp.

- Don Tonino Bello, Avvento e Natale. Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 2007.

- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret, Milano, Rizzoli, 2007.

- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011.

- J. RATZINGER/BENEDETTO XVI, L’infanzia di Gesù, Milano/Città del Vaticano, Rizzoli/Libreria Editrice Vaticana, 2012.

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- Immagine della domenica, a cura di García-Orsini-Pennesi.