Lectio Divina

Meditiamo la Parola di Dio

 

PASQUA DEL SIGNORE

In fretta verso di te

 

Lo hanno sepolto in fretta e furia: già era comparsa la prima stella della notte nella vigilia di quel sabato, che in quell’anno coincideva con la Pasqua ebraica, la Pesah.

Le donne avevano visto dove era stato deposto il corpo straziato, martoriato, ferito, offeso, avvolto da un telo di lino. Era stato Giuseppe di Arimatea a donare la sua tomba, a poche decine di passi dal Calvario.

Era successo tutto improvvisamente, come un terremoto, come uno tsunami, come un uragano.

Nessuno aveva capito cosa stava per accadere.

In poche ore tutto era finito.

Gesù era morto.

Le sue parole, il suo sorriso, l’espressione del suo volto.

Erano fuggiti, storditi dalla paura, dall’orrore.

Il terrore si era impadronito dei loro cuori, li aveva scossi, saccheggiati.

Solo le donne avevano avuto il coraggio di mettere da parte le loro emozioni.

Solo loro avevano deciso di tornare al sepolcro per ripulire il suo corpo.

Era stata una Pesah di dolore e mutismo. Poi, verso sera, si erano messe d’accordo.

Così raccontano i Sinottici.

 

Giovanni, invece, ci dice che fu Maria di Magdala ad andare, sola, quando ancora era buio, al sepolcro.

A piangere. A pregare. A disperarsi. Chissà.

Anche noi, spesso, ci avviciniamo a Dio come se fosse morto e sepolto.

E lo facciamo per lamentarci, per piangere, per sprofondare.

E invece.

 

Corsa mattutina

La pietra è ribaltata. Gesù non c’è.

Non sa che pensare, Maria, corre dagli uomini.

Ora sono Pietro e un altro discepolo a correre.

Il discepolo che Gesù amava, presente nei momenti cruciali nella vita del Signore. Un discepolo che, tardivamente, la comunità cristiana ha identificato con lo stesso evangelista Giovanni. Più probabilmente, invece, quel discepolo è un personaggio collettivo: tutti noi siamo chiamati ad essere quel discepolo amato. Tutti noi siamo chiamati a correre per raggiungere il Signore, tutti siamo chiamati ad andare a vedere.

Corrono, Pietro e il discepolo. Corriamo anche noi con Pietro dopo l’annuncio delle donne.

Giungono al sepolcro: la tomba è davvero vuota, il sudario, la sindone, le bende, come svuotati e riposti con ordine. Vedono solo segni di morte, solo cose che hanno a che fare con la morte. Nulla di vitale, nulla di decisivo.

Segni di morte, non c’è nessuna evidenza.

Pietro si ferma. Il discepolo amato no. Vede e crede.

 

Evidenze

Non è evidente la fede. Non è evidente la presenza del Signore. Non è evidente la gioia che invade il cuore del discepolo amato. Non hanno ancora capito la Scrittura. Dai segni devono risalire al significato, risalire alla luce nascosta dietro gli eventi. Ogni evento.

Capiranno, certo, ci vorrà lo Spirito per spalancare la loro capacità di capire e leggere al di là dell’apparenza. Ma capiranno.

È ancora lì quella tomba vuota.

I romani l’hanno prima nascosta sotto un terrapieno. Poi è stata messa al centro di un’immensa basilica costruita dall’imperatore Costantino, più volte distrutta. Il califfo Hakim il folle decise di raderla al suolo, scalpellandola. Oggi è meta di centinaia di migliaia di pellegrini che varcano la porta consumata dai secoli per accedere per qualche istante in quel che resta della tomba scavata nella roccia, inginocchiandosi davanti alla pietra che accolse il corpo del Maestro.

Solo pietre. Solo una tomba, vuota, per giunta.

Segni di morte che vanno interpretati, se vogliamo.

 

Risorti

Gesù è risorto, smettetela di fargli il funerale, di chiuderlo dentro le teche, di stordirlo di incensi e canti lamentosi. La croce era solo un passaggio, una collocazione provvisoria. È altrove, fidatevi.

Non rianimato o presente nei nostri ricordi. È il per sempre vivente, risorto da morte.

Vedrete sempre e solo dei segni, nella Chiesa, nel mondo. Sarà la fede a dar loro vita. Sarà quella corsa ad osare, a smuovere, a convertire i cuori ancora pesanti.

È lo sguardo che determina l’ottimismo cristiano che sa vedere oltre il mondo che implode, oltre l’incomprensione, oltre la violenza.

Lo sguardo.

 

Io vedo, Signore.

Vedo una tomba vuota. E ascolto il racconto di Pietro. E di Maria e delle donne. E faccio memoria delle tue parole. Vedo dei segni perché, come l’amore, come il bene, come il bello, solo i segni ci spalancano all’altrove.

Io vedo, Signore.

E credo. Credo che sei vivo, che sei vivente, che sei qui con noi, ora, oggi, risorto e per-sempre-presente.

Ti amo, rabbì. Rivelatore del Padre. Sguardo amorevole di Dio sul mondo.

E ancora proclamo con i fratelli e le sorelle: Gesù è risorto. Sì, è veramente risorto!